Stress e depressione ormonalmente curabili le nouvelles est? tiques

L’ormone surrenalico viene sintetizzato a partire dal pregnenolone, a sua volta derivato dal colesterolo. Essi sono i precursori di oltre un centinaio di sostanze analoghe, con struttura chimica molto simile, la cui funzione, nonché i meccanismi di regolazione e di interconversione, sono tuttora in fase di studio da parte della ricerca Il ruolo del Dhea nello stress e nella patologia depressiva. I Deidroepiandrosterone, per comodità di lettura definito dhea, è un ormone steroide prodotto dai surreni, come del resto dalla cute e dal sistema nervoso ove è presente con una concentrazione di circa sette volte superiore rispetto a quella dei tessuti periferici. Per tali caratteristiche entrambi gli steroidi vengono classificati nel gruppo dei neurormoni o meglio dei neurosteroidi. Resta ancora un mistero da chiarire: il collegamento tra la ridotta produzione dei neurosteroidi, sia a livello del sistema nervoso che della periferia, in relazione all’età e ai fenomeni connessi all’invecchiamento. Alte concentrazioni di dhea sono state osservate negli animali da laboratorio, specialmente in alcune aree nervose quali l’ippocampo, il mesencefalo, l’amigdala, il talamo e la corteccia frontale. Queste strutture nervose sono di fondamentale importanza nel ricevere ed interpretare gli stimoli interni ed esterni, valutandone il contenuto e determinandone la risposta più appropriata da parte dell’organismo . Considerata la loro elevata concentrazione nel sistema nervoso, uno degli aspetti più studiati dai ricercatori di tutto il mondo è il nesso tra neurosteroidi e funzioni del cervello, in particolare la loro influenza sul tono dell’umore, sulla sessualità, nonché sui meccanismi dell’apprendimento e della memoria. Del resto bassi livelli plasmatici e/o salivari dei due steroidi, ed in particolare del dhea, sono stati osservati in diverse patologie del sistema nervoso tra le quali alcune forme di depressione, la sclerosi multipla, il morbo di Alzheimer, l’age associated memory impairment (AAMI) e la sclerosi lateraleamiotrofica (SLA). Livelli elevati di dhea dal significato incerto sono stati evidenziati in altre patologie del sistema nervoso come l’alcolismo, la schizofrenia ed in alcuni casi di grave disturbo d’ansia. Da tutti i lavori di ricerca realizzati sugli esseri umani e regolarmente pubblicati, emerge l’osservazione effettuata primariamente da Yen e Morales, della U.C.S.D., sull’azione antidepressiva svolta dallo steroiede. Le persone che hanno assunto il dhea, pur per brevi periodi, hanno riferito le seguenti sensazioni: 1.- miglioramento del tono dell’umore; 2. -ottimizzazione dell’energia psico fisica; 3.- aumento della forza muscolare con potenziamento della resistenza fisica; 4.- maggiore capacità di rilassamento e di affrontare gli eventi stressanti; 5.- aumento del desiderio sessuale (in alcuni soggetti); 6. sonno ridotto nella durata, ma più riposante, con fase rem ben rappresentata. Tutte queste osservazioni sugli effetti del dhea come potenziale antidepressivo sono inoltre state segnalate dalle centinaia di medici che lo prescrivono da tempo, in casi selezionati di depressione. A tal proposito è da segnalare che in Europa lo steroide viene utilizzato da circa 15 anni, da solo o in associazione agli estrogeni, nella tempia dei disturbi dell’umore legati alla menopausa e nelle psico astenie. Naturalmente l’efficacia clinica del dhea come antidepressivo, nonché le sue molteplici funzioni come quelle svolte a livello immunitario, cardiovascolare e del tessuto osseo andranno verificate con studi su larga scala, in doppio cieco, da effettuarsi nel lungo termine. Alcuni di questi studi sono già in fase di completamento in alcune università americane e francesi. Numerosi sono i meccanismi ipotizzati dai ricercatori attraverso i quali il dhea eserciterebbe la sua azione sul sistema nervoso, in particolare sul tono dell’umore. Reazione di Allarme allo Stress .Per quanto riguarda il collegamento tra l’ormone surrenalico e gli ormoni dello stress, sappiamo perfettamente che la reazione di allarme allo stress, se di breve durata, specie quella che si osserva nel così detto “stress positivo” indotto da stimoli emozionali piacevoli, intensi e stimolanti, è di grande beneficio per l’organismo, essendo una normale reazione di tipo adattativo e protettivo; d’altra parte, livelli fisiologici di cortisolo e di catecolamine sono di importanza vitale per tutte le cellule del corpo umano. Quando i livelli di questi ormoni, ed in particolare dei glucocorticoidi, si mantengono elevati e protratti nel tempo (come si osserva nello stress cronico, nelle terapie cortisoniche protratte e nel morbo di Cushing) si manifestano dei danni irreversibili a livello di diversi apparati, in particolare a carico di quello cardiovascolare, del sistema immunitario del tessuto osseo e naturalmente del sistema nervoso. In tali situazioni si osservano sistematicamente patologie a carico del cervello che vanno dalla sindrome ansioso depressiva alle psicosi, fino al manifestarsi di fenomeni neurodegenerativi più gravi. Queste patologie del sistema nervoso sono la conseguenza delle alterazioni funzionali ed organiche cui vanno incontro i neuroni, specialmente di alcune aree, come quella dell’ippocampo, allorché risultano bombardate cronicamente dall’azione degli ormoni dello stress. Le alterazioni neuronali che si manifestano nelle patologie appena descritte sono la conseguenza diretta dei seguenti fenomeni che costituiscono la cosiddetta “neuro -tossicità da giucocorticoidi”: 1) alterazione dei meccanismi di neurotrasmissione, in particolare della serotonina e della noradrenalina; 2) ridotta captazione del glucosio da parte dei neuroni; 3) accumulo di ioni calcio a livello cellulare con conseguente incremento della produzione di radicali liberi la cui azione lesiva è stata ampiamente dimostrata. Gli ormoni glucocorticoidi, oltre a presentare un’azione lesiva diretta sui neuroni, hanno la capacità di sensibilizzare le cellule nervose ai danni indotti da altri fattori quali l’ipossienia, l’ipoglicemia, l’accumulo di radicali liberi, come si verifica nell’insufficienza cerebro- vascolare, nei traumi e nei fenomeni degenerativi correlati all’invecchiamento. La neuro- tossicità indotta dal cortisolo risulta essere particolarmente pronunciata a livello dell’ippocampo, area nervosa del sistema limbico che funge da “trait d’union” tra il “cervello pensante”, che ha sede nella neocorteccia ed il “cervello emozionale” espressione dell’attività dello stesso sistema limbico ed in particolare dell’amigdala e dell’ipotalamo. L’ippocampo rappresenta inoltre il punto di contatto tra il cervello e l’intero organismo, attraverso il suo profondo collegamento con il sistema endocrino e con quello immunitario;quindi da un punto di vista della moderna interpretazione Pnei(psiconeuroendocrinoimmunologica),esso rappresenta l’area d’incontro della mente con il corpo, ovvero dei pensieri con le emozioni. Tale area nervosa, particolarmente ricca di recettori dei glucocorticoidi, ha il compito di generare il ritmo circadiano basale del cortisolo, influenzando l’attività del sistema ipotalamo -ipofisi attraverso la rispettiva produzione di CRH e di ACTH. Ii ritmo circadiano del cortisolo, di concerto con quello della melatonina, è uno dei ritmi leader su cui si armonizzano gli altri ritmi biologici dell’organismo. L’ippocampo è altresì sede di alcune funzioni cognitive superiori, come la memoria e l’apprendimento. Nelle condizioni di stress, in cui c’è una abnorme produzione di cortisolo, oltre che di catecolamine, è l’ipotalamo stesso (disseminato di recettori per i glucocorticoidi di tipo diverso) ad intervenire direttamente nella regolazione dei livelli plasmatici degli ormoni surrenalici, attraverso un meccanismo di feed -back negativo che coinvolge il cortisolo, i recettori ipotalamici dello stesso e quindi il CRH e l’ACTH. Tale asse neuro- endocrino, che “da il là” alla reazione di allarme dello stress, viene attivato dalla serotonina, dall’acetilcolina e dalle catecolamine, ed è inibito oltre che dal cortisolo plasmatico (attraverso il meccanismo a feed back negativo di cui abbiamo appena accennato) anche dall’intervento di altri sistemi tra i quali quello gabaergico, quello oppiaceo, nonché dalla melatonina, Dall’azione integrata di tali sistemi con quella del parasimpatico, viene generata la risposta di rilassamento che ha lo scopo di disattivare la reazione di allarme, impedendo che livelli eccessivi di ormoni dello stress persistano nel tempo, riportando così l’organismo nelle condizioni di omeostasi iniziale e promuovendone i processi ricostruttivi. Superata la fase di stress acuto e ricondotti i livelli di cortisolo in condizioni normali, è lo stesso ippocampo a fare da segnapassi su cui l’ipotalamo si sincronizzerà nella produzione endogena del cortisolo. In particolare il dhea, svolgerebbe un’azione di tipo modulatorio sul cortisolo circolante limitandone gli effetti negativi a livello del sistema nervoso,osseo,immunitario nonchè sul metabolismo del glucosio.Col trascorrere degli anni ,mentre la produzione di dhea tende a scemare (adrenopausa),il cortisolo tende ad accumularsi nel plasma e nei tessuti con una tendenza costante alla perdita della circadianita’secretoria.Per tale motivo l’anziano, presenta una ridotta capacita’di tollerare lo stress .Secondo alcuni autori anglosassoni, alcune problematiche di tipo depressivo e cognitivo dell’anziano, sarebbero da attribuirsi anche allo sbilanciamento del rapporto cortisolo -dhea ed al conseguente venir meno dell’effetto modulatorio del neurosteroide sugli effetti negativi del cortisolo..Questo squilibrio starebbe altresi’alla base di altre problematiche caratteristiche del processo di invecchiamento come l’immunosenescenza,l’osteoporosi,il diabete ,il sovrappeso di tipo viscereale e la perdita di massa magra .Bibliografia: Morales A.J.; Nolan J,J.; Nelson J.C.; Xen SS.: Effects of replacement doses of dhea in men and woman of advancing age; Departement of reproductive medicine, University of California School of medicine, La Jolla I” Cl. Endocrin. Metab. (U.S.) 78(6), p. 1360 7; 06 1994. Akwa Young J. Kabbadjk et coli.: “Neurosteroids”.